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Atri2019-04-02T10:48:49+00:00

Atri e le sue origini Tra fertili colline bagnate dalla brezza del mare e brulli calanchi, sorge la ridente e svettante Città di Atri. Nota dagli autori greci e latini come la forte e valorosa Hatria Picena, le sue origini e testimonianze sin dall’Età del Ferro  (X – XI secolo a.c.) come mostrano i rinvenimenti archeologici, narrano di una potente città facente parte della V Regio del territorio Piceno, tra le prime ad emettere una moneta propria fusa in bronzo siglata HAT sin dall’epoca preromana (IV – III a.c.), custodita oggi presso i Musei più importanti del mondo. In virtù del suo rilevante status sociale e commerciale, fu tra le prime città ad allearsi con i romani già nel 289 a.c., svolgendo un ruolo preponderante nell’espansione di quello che sarebbe stato il futuro impero. Attraverso la formula togatorum, la città di Atri si prestò in aiuto di Roma nel momento più delicato della sua affermazione attraverso numerosi militi tra cui si distinse Publio Salvieno, della famiglia dei Publii, la stessa dell’imperatore Publio Elio Adriano. Sono attestati magistrati, prefetti all’epoca di Caracalla, curator muneris pubblici per la corretta gestione dei fondi destinati a spettacoli di gladiatori che spesso erano attribuiti ad ex magistrati distintisi per onestà, personaggi che si occupavano del collegio preposto per le celebrazioni dell’imperatore e numerosi fondi ed iscrizioni che attestano questo fecondo e brillante periodo. Per via della sua importanza strategica e commerciale in antichità, si ritiene che la città abbia dato il nome al Mar Adriatico “Hadria – Hadriaticum”, conteso attualmente con la Adria veneta, in virtù della presenza di antiche popolazioni indoeuropee di matrice illirico-sicula, la cui divinità era Hadranus. Il geografo greco Strabone ricorda la presenza di un approdo marittimo sulla costa al servizio della retrostante città, i cui fiorenti commerci consentirono sin dai primordi un’apertura di ampio respiro su tutta la cultura del Mediterraneo. Attraverso le cosiddette “anfore hadrianai”, che Plinio descrive come tenuitas e firmitas, si commerciava olio e in particolar modo vino, tanto apprezzato dai medici greci a scopo medicamentoso, ottimo per l’apparato digerente e reclamato sin dall’Egitto come mostrano i papiri rinvenuti. Polybio narra che Annibale guarì i propri cavalli e il suo esercito, affetti da scabbia, con del vecchio vino piceno, varcando il territorio Pretuziano e Adriano. Anche le antiche monete recano un repertorio iconografico legato al mare, delfini, razze, anfore vinarie, tutti elementi che caratterizzavano la città sin dal IV secolo a.c.

Atri Preromana Nel VI secolo a.c. Atri si alleò alla confederazione picena facente capo ad Ascoli Piceno, come testimoniano le affascinanti sepolture rinvenute in loc. Colle della Giustizia e Pretara durante le campagne di scavo avvenute tra la fine del ‘800 e inizi ‘900. Si tratta di vere e proprie necropoli, trentacinque sepolture di uomini, donne e bambini, con il proprio corredo. I maschi esponevano i simboli del potere la “panoplia” tipica del guerriero, lance di ferro, teste di mazza, pugnali, spade, coltelli, in quanto a loro era demandato il controllo del territorio e della famiglia. Nelle sepolture femminili e infantili troviamo invece oggetti legati alla vita quotidiana, domestica, quindi olle e vasellame, eleganti fibule in bronzo per tenere gli abiti, pendagli con cipree, bulle, armille e fuseruole per la filatura, e l’ambra proveniente dal Baltico dal valore apotropaico. In questo periodo Hatria era uno dei quattro empori marittimi presenti sull’Adriatico insieme a Spina, Numana e Porto Trebbia, aperta a tutta la cultura del Mediterraneo sin dai prmordi. Del periodo preromano si conservano, oltre alle sepolture in parte esposte nel Museo Archeologico e le monete custodite nei più importanti musei del mondo per via della loro antichità, importanti e monumentali cisterne di epoca repubblicana (IV secolo a.c.) nei sotterranei della Cattedrale di Santa Maria Assunta e altri sistemi idrici tutt’oggi efficienti e funzionanti come le rinomate “fontane archeologiche”.

Periodo Romano Durante l’età imperiale, conosciuta anche come “età d’oro o secoli d’oro” in un periodo che si riferisce alla salita al trono dell’imperatore Adriano e che prosegue con i suoi successori, la città di Atri ha vissuto un periodo di massimo splendore, di cui rimane traccia nei mirabili resti archeologici e splendidi mosaici. Alleatasi con i romani sin dal tempo delle sanguinose guerre sociali, da questa forte e potente città trae origine la famiglia dell’imperatore Publius Aelius Hadrianus trasferitasi ad Italica in Spagna al tempo di Scipione l’Africano. Secondo numerose fonti antiche, l’imperatore ebbe particolare cura della propria patria d’origine, attraverso un’alta carica quinquennale. Ancor oggi il corso principale della città è a lui intitolato. Qui viveva la gens Aelia, di cui il nome stesso dell’imperatore Aelio Hadrianus, in una porzione di territorio identificato come Ager Hatrianus che un tempo si estendeva a nord fino al fiume Vomano, a sud fino al fiume Saline, tra il Mar Adriatico e le pendici del Gran Sasso d’Italia che ad oggi ricalca in parte le cosiddette “Terre del Cerrano”.

Il Medioevo In epoca medievale, Atri divenne uno dei centri storicamente e culturalmente più importanti dell’Italia centro-meridionale grazie all’imponente Ducato degli Acquaviva, raggiungendo massimo splendore, in perfetta sintonia con il suo degno passato. In occasione delle lotte tra gli Svevi ed il Papato Atri, per prima tra le città del Regno, si schierò dalla parte guelfa. Per la fedeltà e disponibilità della città al servizio della Chiesa, nel 1251 Papa Innocenzo IV accordò ad Atri il diploma di istituzione della Diocesi e di autonomia comunale, con territorio corrispondente a quello dell’antico agro coloniale romano. Fu in questo periodo che l’antica Ecclesia di Sancta Maria de Hatria venne elevata a titolo di Cattedrale, con una lunga stagione di restauri ed opere artistiche di elevato pregio che si conclusero con gli splendidi portali del ‘300 ad opera di Raimondo del Poggio e Rainaldo d’Atri, della cosiddetta “scuola atriana”, una nota bottega di origine antichissima di cui si trovano tracce architettoniche e scultoree in tutto l’Abruzzo.  A questo periodo risale la rinomata “Porta Santa” riferibile alla celebre “Perdonanza” legata a Papa Celestino V, di cui l’atriano Francesco Ronci fu fedele seguace, divenendo abate dell’ordine dei Celestini con relativa diffusione dell’indulgenza plenaria introdotta dal pontefice. Nella contesa del territorio tra Papato e Regio demanio, Atri dal 1393 divenne sede del Ducato degli Acquaviva, una delle sette casate più importanti del Regno Napoli, che qui stabilì la propria sede a controllo di un territorio molto ampio, sorvegliato sulla costa dalla rinomata “Torre del Cerrano”, e da una ricca rete di fortificazioni tenute dai potenti duchi.

Il Ducato degli Acquaviva La Città di Atri nel 1395, fu venduta per 35.000 ducati al Conte di S. Flaviano Antonio Acquaviva, con il quale iniziò il ducato di questa famiglia che si distinse in Italia nel periodo del Rinascimento e che durerà fino al 1757, anno in cui la città tornò sotto il dominio diretto del Regno di Napoli sino all’Unità d’Italia. La famiglia Acquaviva, imparentata con gli Aragonesi, ebbe diciannove duchi tra cui spicca Andrea Matteo Acquaviva, buon umanista e ricco mecenate che si circondò di artisti e letterati come il Pontano ed il Sannazzaro, dando nuovo impulso alla vita culturale ed artistica della città, commissionando il prestigioso ciclo di affreschi della Cattedrale conosciuta anche come “Sistina d’Abruzzo”. Fondò al tempo, una tipografia privata ai primordi dell’arte della stampa. In quel periodo tradusse i Morali di Plutarco; il Cantalicio decantò la sua ricca Biblioteca i cui stupendi codici miniati a lui dedicati si conservano oggi nella Hofbibliothek di Vienna. Un altro personaggio celebre fu Claudio Acquaviva, lui si deve la redazione della Ratio Studiorum dal latino “piano di studio”, portando a compimento l’insieme delle regole didattiche e pedagogiche per i collegi gesuiti, ossia il documento che formalmente stabilì delle regole relativamente alla formazione dei gesuiti nel 1599. La Compagnia di Gesù ebbe un rilancio mondiale grazie al suo operatoil quale ricoprì la carica di Generale dei Gesuiti per ben trentacinque anni dal 1576 alla morte. Suo nipote Beato Rodolfo, gesuita, fu un importantissimo missionario. La sua vicenda è ad oggi ricordata da un affresco di fine ‘800, che probabilmente sovrasta quello antecedente, collocato nella volta di una sala del piano nobile del Palazzo Ducale. Degno di menzione è anche il Cardinale Giulio Acquaviva il quale ebbe come “camarero” Michele Cervantes, l’autore del celebre romanzo Don Chisciotte. Molti personaggi dell’importante casata si distinsero per le battaglie contro le incessanti invasioni saracene, come la nota Battaglia di Lepanto, e in particolare quella di Otranto, in cui si distinse e perse la vita Giulio Antonio Acquaviva, che grazie a questo atto eroico fu premiato con l’insigne della casata reale. La famiglia Acquaviva dalla fine del XV secolo aggiunse al proprio cognome l’appellativo d’Aragona “Duchi Acquaviva D’Aragona” con diploma regio, e autorizzati a fregiarsi delle insegne araldiche degli Aragona quale segno perpetuo di riconoscimento da parte del re di Napoli Ferdinando I, per il coraggio mostrato contro i turchi che avevano assediato Otranto e sterminato il suo popolo in nome della fede mussulmana.

Atri Moderna e Contemporanea Il centro storico di Atri è costellato di monumenti, palazzi signorili, musei, caratteristici vicoli e piazze che ruotano intorno al corso principale Corso Elio Adriano, intitolato all’omonimo imperatore, sotto il quale giacciono ancora le antiche strade in basolato romano e pregiatissimi mosaici appartenenti alle ricche domus, in parte recuperati. Qui si affacciano splendidi edifici religiosi ed imponenti Palazzi nobiliari che vanno dal periodo rinascimentale, Barocco, Neoclassico sino allo stile Liberty di cui si conservano pochi esemplari in Italia. Cinta da possenti mura che rammentano barbarie e sanguinose piraterie, nella parte nord della città si estende quello che ad oggi è un piacevolissimo percorso belvedere che spazia contemporaneamente dal mare alla montagna, a 442 metri s.l.m., che ci conduce fino all’unica porta superstite della città: Porta San Domenico recante lo stemma della casata Acquaviva d’Aragona con un leone rampante coronato, rievocando tacitamente tutta l’eleganza e la bellezza del tempo.

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